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Ikea, ancora scioperi a sorpresa in tutta Italia


«Sono ore complicate per i clienti Ikea, anche se spesso in solidarietà con i lavoratori in lotta decidono di non entrare e rimandare i propri acquisti. Sono infatti riprese le agitazioni negli store di tutta Italia, con scioperi a sorpresa un po’ ovunque, e spesso prolungati per più giorni consecutivi. È partita dai lavoratori anche la campagna virale su Facebook, dove si invita a effettuare un post bombing sulla pagina ufficiale di Ikea Italia, con il messaggio `Ikea se tagli sul personale perdi un cliente abituale´ e che ha avuto in poche ore l'effetto di intasare la pagine di Ikea con migliaia di messaggi».

È quanto si legge in una nota della Filcams Cgil, che ricorda come siano molti gli store in sciopero: da Genova a Firenze a Bologna, Padova, Brescia, cui si sono aggiunti Roma, Milano, Napoli. Difficile però fare un quadro completo, le assemblee si susseguono e i lavoratori decidono di volta in volta le iniziative da intraprendere.

«Sono settimane - afferma Giuliana Mesina, delle segreteria Filcams - che la discussione politica cerca di polarizzare la società sul tema dello sciopero, argomento spesso divisivo e ancor più spesso tema di propaganda da sventolare con la minaccia di manomettere nuovamente la Costituzione, ma nessuno ha ancora analizzato e compreso fino in fondo cosa sta succedendo in Ikea, dove le lavoratrici e i lavoratori stanno scioperando da più di un mese, a sorpresa, a singhiozzo, a macchia di leopardo, in sincrono e in mille altri fantasiosi modi, per difendere il loro contratto integrativo». «Stiamo assistendo a una stagione di lotte inedita, non solo in Ikea, che dà il segno del livello di rabbia raggiunto nel Paese da lavoratori che non hanno intravisto neanche da lontano il cambiamento di verso promesso dal presidente del Consiglio e dal suo governo: i salari sono diventati terreno di scorribanda per le multinazionali, cui nessuno chiede conto di un piano industriale o di un progetto di sviluppo che preveda garanzie per l'occupazione. Il salario è diventato una variabile dipendente dal profitto, senza un minimo controllo sulle forme di precarietà che il Jobs Act ha incentivato a dismisura: insieme alle lavoratrici e ai lavoratori Ikea ci siamo detti che questo non è il Paese che vogliamo, un paese che ritiene giusto che per avere un divano low cost o un nuovo store Ikea sia necessario impoverire i suoi 6.200 dipendenti», conclude Mesina.


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